26 maggio 2017
Aggiornato 18:30
Cinema

«Crazy for Football» il documentario di Volfango De Biasi, tra sport e malattia

Presentato in Senato, sostenuto dalla Figc. Il calcio come una terapia, lo sport che ti fa sentire uguale agli altri e soprattutto felice.

ITALIA - Un gruppo di pazienti che arriva dai dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, uno psichiatra, Santo Rullo, come direttore sportivo, un ex giocatore di calcio a 5, Enrico Zanchini per allenatore e un campione del mondo di pugilato, Vincenzo Cantatore, a fare da preparatore atletico.
Sono questi i protagonisti di «Crazy for Football", il documentario di Volfango De Biasi prodotto da Skydancers con RaiCinema in uscita in 44 sale il 20 febbraio. Il film narra la storia della prima nazionale italiana di calcetto che concorre ai mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka.

Lo sport come terapia.
Il documentario è stato presentato in Senato. La senatrice Laura Bignami, prima firmataria del caregiver familiare, ovvero a sostegno di colui che si prende cura di chi ha una grave disabilità: «Lavorare nello sport, dal punto di vista sociale, li riabilita. Le persone acquistano sicurezza, autostima, riescono a comunicare meglio e alla lunga, e con un'orizzonte più ampio, si può pensare anche a un risparmio. Perché le persone che stanno bene spendono meno in farmaci, si ammalano meno e tutto il risparmio nella sanità può essere riversato su coloro che stanno davvero male e che non hanno queste possibilità».
A fare da filo conduttore un viaggio particolare: un percorso in bilico fra sanità e follia che appartiene a tutti noi. Un film dove i protagonisti sono i giocatori e non la loro malattia, con l'intenzione di combattere i pregiudizi che circondano chi soffre di disagio mentale.
Michele Uva, direttore generale della Figc: «Lo sport deve abbracciare tutti, è per tutti e può essere praticato da tutti. Una Federazione grande come la nostra ha un senso di responsabilità verso quelle persone che hanno bisogno di qualcosa di diverso da un farmaco, ma il grado di felicità. Ci muoviamo a 360 gradi perché il calcio deve essere inclusione».