28 aprile 2017
Aggiornato 10:00
Diritto di morire

Eutanasia. Marco Cappato: «Dopo dj Fabo non mi fermerò»

Il radicale Marco Cappato, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che aveva accompagnato Dj Fabo in Svizzera per porre fine alle sue sofferenze con il ‘suicidio assistito’, di fronte ai magistrati è irremovibile: non si fermerà di fronte a nulla

Suicidio assistito e diritto di morire, una questione dibattuta (© Robert Kneschke | shutterstock.com)

Qualcuno ricorderà la vicenda di Dj Fabo, andato in una clinica svizzera per porre fine alla sua esistenza. Ad accompagnarlo c’era Marco Cappato, esponente radicale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Dopo la vicenda, lo stesso Cappato era stato indagato per ‘aiuto’ al suicidio. Presentandosi all’interrogatorio, però, ha ribadito la sua fermezza.

Basta torture
Le dichiarazioni di Marco Cappato di fronte al PM di Milano, Tiziana Siciliano, sono inequivocabili. «Posso solo confermarvi che intendo continuare a svolgere l’azione che sto svolgendo anche per altre persone e spero che anche per i cittadini italiani possa essere affermato e riconosciuto il diritto a non subire come una tortura una condizione di vita che non vogliono». Intenzioni chiare, ma che in Italia non sono consentite.

Soltanto un aiuto
L’indagato, accusato di aver favorito la morte assistista, ha ribadito ancora una volta di aver «aiutato Fabo a ottenere quel che desiderava», e nient’altro. Il motivo del contendere tuttavia è proprio l’aver accompagnato di persona Fabiano Antoniani (in arte DJ Fabo) nella clinica Dignitas in Svizzera dove, con la bocca, ha avviato il processo di morte assistita. Cappato, una volta terminato l’interrogatorio ha confermato anche alla stampa di avere intenzione di continuare a sostenere chi avesse bisogno d’aiuto per il suicidio assistito. Tutto ciò anche se rischia dai 5 ai 12 anni di reclusione per l’accusa di aiuto al suicidio che, lo ricordiamo, in Italia è vietato.