1 ottobre 2016
Aggiornato 10:30
Fino al 26 giugno

Salgado, la magnifica natura di «Genesi» sbarca a Genova

E' l'ultimo lavoro del fotografo che racconta il pianeta. Un viaggio durato 8 anni alle origini del mondo per preservare il suo futuro, per scoprire la bellezza nei luoghi più remoti

La «Genesi» di Sebastião Salgado a Genova (© Sebastião Salgado)

GENOVA - Il mondo come era, il mondo com'è. La terra come risorsa magnifica da contemplare, conoscere, amare. Questo è il valore dello straordinario progetto di Sebastião Salgado «Genesi», l'ultimo grande lavoro del più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra nasce da un viaggio durato 8 anni
La mostra che si apre oggi a Palazzo Ducale a Genova (fino al 26 giugno) nasce da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del pianeta, durato ben 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado e prodotta da Civita su progetto di Contrasto e Amazonas Images. «Personalmente», dichiara Salgado, «vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell'uomo in natura. L'ho chiamato 'Genesi' perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento e sono ancora selvagge; alle remote tribù dagli stili di vita primitivi e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane».

Un tentativo di «antropologia planetaria»
Questo viaggio costituisce un tentativo di "antropologia planetaria" e ha lo scopo di agire da monito affinché si cerchi di preservare e, se possibile, ampliare questo mondo incontaminato, per far sì che sviluppo non sia sinonimo di distruzione. «Finora avevo fotografato un solo animale, l'uomo, poi ho preso la decisione di intraprendere questo progetto e di andare a vedere il pianeta spinto da un'enorme curiosità di vedere il mondo, conoscerlo». Il frutto di questa curiosità sono le oltre 200 fotografie esposte in mostra, che ci raccontano con sguardo straordinario ed emozionante luoghi che vanno dalle foreste tropicali dell'Amazzonia, del Congo, dell'Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell'Antartide, dalla taiga dell'Alaska ai deserti dell'America e dell'Africa fino ad arrivare alle montagne dell'America, del Cile e della Siberia.

Meravigliosi scatti in bianco e nero per una ricerca anche etica e spirituale
L'affascinante bianco e nero del fotografo brasiliano documenta l'esistenza di un pianeta ancora incontaminato, di un altro mondo in cui uomini e natura convivono in perfetto equilibrio. La scelta della luce, la capacità compositiva, il gioco di sfumature tra primi piani nitidi e sfondi sfocati o, più frequentemente, «fumosi», danno vita a scatti a metà tra descrizione e suggestione, che si tratti di vulcani, trichechi o persone. «Non è solo una ricerca estetica» precisa Salgado, «ma anche etica e spirituale, un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il pianeta è ancora vivo e va preservato». Circa il 46% del mondo è ancora come il giorno della genesi, «insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia».

Dalla foto all'impegno per salvaguardare il pianeta
Sebastião Ribeiro Salgado nasce l'8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile. Inizia a lavorare come fotografo a Parigi prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia l'agenzia Amazonas Images. Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell'America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro «La mano dell'uomo» (Contrasto, 1994), quindi documenta l'umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: «In cammino» e «Ritratti di bambini in cammino» (Contrasto, 2000). Contrasto ha recentemente pubblicato l'autobiografia del fotografo, "Dalla mia Terra alla Terra, Profumo di sogno. Viaggio nel mondo del caffè e Altre Americhe». Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l'Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale - che era a rischio di sparizione - una larga area in cui sino stati piantati centinaia di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire.